L'arrivo dei Bragadin, i primi investimenti e le opere d'arte
All'inizio del Quattrocento, subito dopo il passaggio del territorio padovano sotto il controllo della Repubblica di Venezia avvenuto nel 1404, la famiglia patrizia dei Bragadin fece il suo ingresso a Terrassa Padovana.
Spinto dal demanio veneziano, Antonio Bragadin (fu Bernardo) partecipò all'asta pubblica per l'acquisto di diversi appezzamenti di terreno che erano stati confiscati alla gastaldia dei da Carrara proprio dalla Serenissima, dopo aver sterminato tutta la Signoria di Padova. L'obiettivo principale dei Bragadin era quello di avviare una vasta opera di bonifica per mettere a coltura quelle terre.
Dopo alcuni decenni di radicamento sul territorio, i Bragadin fecero un importante dono alla comunità locale, probabilmente come ex voto. Commissionarono un grandioso Crocifisso processionale in legno dipinto, da destinare alla devozione dei fedeli all'interno della chiesa parrocchiale di San Tommaso e che veniva altresì usato nelle processioni penitenziali. L'opera venne affidata a un artista di grande prestigio, il pittore padovano Francesco Squarcione (noto per essere stato il maestro di Mantegna), come testimonia un documento storico datato 19 maggio 1439. Il Crocifisso venne originariamente collocato al centro della navata, proprio nello spazio che separava la zona riservata agli uomini da quella riservata alle donne, e successivamente presso l'altare di Santa Caterina (che cambiò in seguito il titolo in "del Crocifisso", ma di cui ora si conserva solamente la memoria storica, a seguito di un rifacimento successivo della Chiesa).
Tuttavia, come testimoniano i documenti delle visite pastorali dell'epoca, la collocazione dell'opera cambiò radicalmente nel corso del Cinquecento: entro il 1572 il Crocifisso venne trasferito con una solenne processione all'interno del Santuario della Beata Vergine della Misericordia.

Il 12 ottobre 1489, la comunità ricevette la visita pastorale del vescovo di Padova Pietro Barozzi. Si trattava della prima ispezione ufficiale dopo la terribile epidemia di peste che aveva devastato il territorio nel 1478. Nella relazione del vescovo viene descritto lo stato della Chiesa Parrocchiale di San Tomaso: l'edificio, situato al centro del paese, era di dimensioni decisamente modeste (misurava appena 12 metri di lunghezza per 6 di larghezza) e privo di un campanile. Ciononostante, l'interno si presentava interamente rinnovato, grazie al generoso contributo finanziario di Giovanni Alvise Bragadin (figlio di Marco), il quale aveva voluto esprimere la propria profonda gratitudine e devozione per essere scampato alla peste insieme a tutta la famiglia.
La spinta religiosa di Giovanni Alvise Bragadin non si fermò alla chiesa parrocchiale. Nel 1499 il nobile veneziano promosse e finanziò l'erezione di un intero complesso abbaziale con un santuario, situato lungo la strada che conduceva a Bovolenta. Si tratta proprio del Santuario della Beata Vergine della Misericordia.
Per garantire la cura e l'assistenza spirituale del nuovo monastero, Giovanni Alvise scelse personalmente di affidarlo alla congregazione dei Canonici Regolari di San Marco di Mantova. Tuttavia, i Bragadin vollero tutelarsi: nell'atto di fondazione della struttura, la famiglia si riservò esplicitamente la facoltà e il diritto di intervenire nella scelta del priore, qualora i frati avessero dimostrato un declino nella disciplina religiosa.
E, infatti, nel corso del Cinquecento, la condotta dei religiosi all'interno della diocesi di Padova divenne problematica, sollevando frequenti lamentele per uno stile di vita giudicato del tutto mondano. Essendo lontana dalla casa madre la comunità di Terrassa (composta da dieci frati) soffriva della totale mancanza di controllo e vigilanza da parte dei superiori. I frati rifiutarono categoricamente ogni proposta di riforma offerta dalla Santa Sede e continuarono a condurre una condotta scandalosa.
Il pontefice Gregorio XIII intervenne con un decreto del 1584, sopprimendo l'ordine dei Canonici di San Marco e disponendo il passaggio dei frati rimasti e del convento di Terrassa alla famiglia dei Camaldolesi di Carceri d'Este. I padri camaldolesi della ricca abbazia di Este si stabilirono conseguentemente nella realtà più modesta di Terrassa.
Le contese legali, l'eredità di Marcantonio Bragadin e l'Arca Bragadina
L'insediamento dei Camaldolesi nel 1584 indispettì profondamente gli eredi Bragadin, i quali videro minacciati i propri diritti storici di giuspatronato sul Santuario. La famiglia aveva già fatto valere la propria autorità nel 1536, imponendo un proprio priore (don Paolo Carrarese da Bergamo) alla morte del primo rettore, ponendosi in netto contrasto con la Congregazione mantovana. Nel 1586 gli eredi decisero di agire legalmente: Marco Bragadin (figlio dell'eroe veneziano Marcantonio), suo cugino Lorenzo e lo zio Antonio presentarono un formale documento di protesta davanti al Tribunale di Venezia.
I firmatari rivendicarono con determinazione e orgoglio i diritti originari di patronato sul complesso, che in quel documento del 1586 veniva definito per la prima volta con il titolo onorifico di "Santa Maria della Misericordia", un nome legato al clima di grave miseria e pestilenze dell'epoca.
La fermezza della famiglia era alimentata dall'immenso prestigio sociale e politico ottenuto grazie al sacrificio di Marcantonio Bragadin, celebre comandante veneziano e difensore del regno di Cipro, che nel 1571 era stato barbaramente scorticato vivo e martirizzato dai turchi dopo l'assedio di Famagosta.
Con il passare del tempo, la famiglia si era divisa in due rami distinti all'interno del territorio di Terrassa.
Il ramo principale (legato direttamente ai figli di Marcantonio) possedeva la propria residenza sulla strada diretta verso Bovolenta.
Un secondo ramo, noto come i Bragadin di "Barbaria delle Tole", aveva invece stabilito il proprio palazzo signorile nella contrà Rena, attualmente Villa Bragadin, Martini, Sartori.
Nel 1576, Zuan Alvise Bragadin (membro del ramo di Barbaria delle Tole e nipote del fondatore del Santuario) redasse il suo testamento. Con questo atto di ultima volontà, dispose che i suoi beni personali, inclusa la splendida villa situata in via Rena, passassero in libero possesso al fratello Antonio. Il testamento vincolava però Antonio a una condizione ben precisa: dopo la sua morte, tutto il patrimonio mobile e immobile doveva essere trasmesso ai suoi quattro nipoti, privando esplicitamente Antonio della facoltà di diseredarli.
I membri del ramo di Barbaria delle Tole mantennero sempre un legame devozionale strettissimo con la Chiesa parrocchiale di San Tommaso. All'interno dell'edificio sacro, proprio ai piedi dell'antico altare dedicato ai Santi Sebastiano e Rocco (i protettori tradizionali contro le epidemie, la cui devozione era aumentata dopo la decimazione della popolazione a causa del morbo del 1478), la famiglia possedeva la propria tomba comune, denominata nei registri come Arca Bragadina. Presso questo stesso altare, chiamato anche "della Pietà", i Bragadin istituirono una cappellania ufficiale dedicata alla memoria del chiarissimo Marcantonio Bragadin, imponendo l'obbligo perpetuo di celebrarvi una messa a cadenza settimanale in suo suffragio.
A seguito della ricostruzione della Chiesa nel 1653, gli altari laterali furono ricostruiti ex novo, le intitolazioni completamente cambiate per seguire nuovi stili dell'epoca e l'Arca interrata in un luogo ignoto.
* Articolo redatto da Margherita Capuzzo; le informazioni sono state ricavate principalmente da SONCIN, Daria, I Bragadin: committenti in Terrassa Padovana. Storia del territorio e del suo patrimonio artistico, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, A.A. 2000-2001.